Il mio nome non è Rifugiato evidenza

Il mio nome non è Rifugiato di Kate Milner

Il mio nome non è Rifugiato

Ci sono libri che raccontano favole, libri che fanno ridere, libri che portano in luoghi immaginari, e poi ci sono quei libri che con una delicatezza infinita parlano della realtà, quella realtà che a volte non vorremmo vedere e dalla quale spesso vorremmo proteggere i nostri bambini.

La guerra, il viaggio alla ricerca di un posto sicuro, la paura e l’incertezza sono situazioni che sempre più persone si trovano a vivere, e tante di queste sono proprio bambini. Le immagini di questi drammi sono ormai dappertutto, e i media le propongono spesso con una tale crudezza che un bambino può rimanere impressionato.

E allora in questo caso il libro può diventare uno strumento per spiegare la realtà con parole e immagini che anche i più piccoli possono capire. Ma può anche essere un mezzo per parlare di una situazione attuale che potremmo migliorare, forse, solo crescendo bambini che un domani saranno adulti più sensibili e responsabili.

Il 20 novembre è la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che celebra la data nella quale venne approvata la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York nel 1989.

L’articolo 7 di questa Convenzione evidenzia l’importanza del diritto di ogni bambino ad avere un nome e una nazionalità. Un concetto tanto semplice da sembrare scontato ma che purtroppo così non è. Ci sono ancora troppi bambini ai quali viene dato un nome solo quando succede una tragedia irreparabile, altrimenti vengono chiamati migranti o rifugiati, privandoli così della propria identità personale.

Ed è per questo che mi ha colpita il libro Il mio nome non è Rifugiato di Kate Milner, edito da Les Mots Libres edizioni, 2018 con la collaborazione di Emergency.

Les Mots Libres è una casa editrice indipendente che nasce a Bologna nel 2016 e la filosofia delle sue scelte si può riassumere con queste frasi:

“Ci sono parole obbligatorie,

ci sono parole ordinarie,

e poi ci sono le nostre parole. Libere.”

Il mercato editoriale attuale propone tanti libri su questo tema, ma personalmente questo lo trovo particolarmente ben fatto perchè come ha detto Silvana Sola durante la presentazione del libro “parla della drammaticità senza però caricare il dramma” rendendolo accessibile ai bambini.

Il formato del libro è quadrato e in copertina abbiamo una mamma e un bimbo che si abbracciano, quindi nonostante il titolo ci anticipi l’argomento, il lettore viene visivamente rassicurato.

Tutto il testo si svolge poi come un dialogo tra la mamma e il suo bambino, coinvolgendo il piccolo lettore in prima persona  con delle domande che lo aiutano a immedesimarsi nella storia e a provare empatia per il bambino che deve affrontare questo viaggio.

Io mio nome non è Rifugiato zaino

Dovremo salutare i nostri amici.

Puoi preparare lo zaino, ma mi raccomando: prendi solo quel che riesci a portare.

Tu che cosa ci metteresti?

Possiamo instaurare con i nostri bambini una lettura dialogica:

-loro hanno mai fatto un lungo viaggio? Cosa porterebbero nel loro zainetto?

 

Il mio nome non è Rifugiato macchina

Lo sfondo delle pagine è quasi sempre bianco, come il colore della faccia della mamma e del bambino, proprio per non identificare i personaggi con un Paese in particolare, rendendo la storia più universale.

Il libro continua affrontando i sentimenti associati al viaggio come la fatica, la noia, lo spaesamento, ma anche lo stupore che è forse quella caratteristica che contraddistingue ogni bambino.

Sentiremo parole che non capiremo.

Conosci altre lingue oltre la tua?

Il mio nome non è Rifugiato sicuro

Alla fine madre e figlio arrivano in un luogo sicuro e lo sfondo della pagina diventa azzurro sembrando una coperta che li protegge.

E vedrai, quelle parole sconosciute comincerai a capirle.

Ti chiameranno Rifugiato.

Ma ricorda,

il tuo nome non è Rifugiato.

E queste ultime parole, semplici, essenziali, racchiudono un significato profondo.

L’autrice del libro è inglese e questa idea le nasce in treno mentre ascolta alla radio tutto ciò che sta accadendo in Inghilterra con l’arrivo dei rifugiati siriani e si chiede come può contribuire per dare un aiuto.

E tante volte scrivere, raccontare, “urlare ma sottovoce”, è uno dei modi più efficaci per cambiare il mondo passo dopo passo, o meglio libro dopo libro, proprio partendo dai bambini.

Il libro si rivolge ai bambini in età scolare e al link Il mio nome non è Rifugiato possiamo scaricare lo schoolkit dove si trovano tanti spunti per attività da fare con i bambini a scuola.

 

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